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lunedì 06 febbraio 2012

Equità fiscale

Nei manuali di teoria fiscale le tassazioni dei patrimoni familiari, edifici, terreni, titoli, gioielli, opere d’arte, sono sconsigliate in quanto inique. Si presume, infatti, che i beni siano stati acquisiti utilizzando redditi che hanno già scontato una più o meno forte tassazione progressiva e non sarebbe equo tassarli più volte. Questa può essere una considerazione accettabile di fronte ad un sistema fiscale sufficientemente efficiente ed equilibrato, come quello di quasi tutti i paesi sviluppati. Non è certamente il caso del nostro paese, dove ci troviamo storicamente di fronte ad una evasione/elusione stimata fra un quarto ed un terzo del prodotto lordo annuale. Dove mai andrà a fissarsi questa inondazione costante di liquidità che sfugge all’imposizione? Lo sappiamo perfettamente, in parte viene esportata illegalmente nei cosiddetti “paradisi fiscali” da dove rientra periodicamente grazie a qualche “scudo” tremontiano pagando somme irrisorie, la gran parte viene impiegata in arricchimenti patrimoniali, magari nascosti dietro prestanome nullatenenti (ma la corporazione dei Notai non ha nulla da rimproverarsi sulla questione?). In conclusione in Italia il 10% della popolazione possiede il 45% e più della ricchezza, e la tendenza è in aumento, inoltre se si togliessero le prime case dal computo il rapporto sarebbe di molto peggiore. Al contrario solo il due per mille dei contribuenti dichiara un reddito superiore ai 200.000 euro annuali. Insomma siamo un paese di ricchi possidenti che, però, nella loro vita non hanno guadagnato un quattrino, l’ennesimo paradosso del nostro paradossale paese. Ed allora rivendicare una imposizione patrimoniale sulle concentrazioni di ricchezza è così iniquo, o non sarebbe, invece, un modo per riequilibrare una redistribuzione di ricchezza, questa sì iniqua, causa prima della crisi economica che ci sta soffocando? E’stato calcolato da una associazione di contribuenti che una imposizione del tre per mille sui patrimoni oltre i 5 milioni potrebbe garantire un’entrata di almeno 10 miliardi (e lo snidamento di molti prestanome) e non mi si dica che chi possiede beni per un valore complessivo pari a quello di 25/30 appartamenti non possa disporre di 15.000 euro di liquidità. Non si capisce, d’altronde perché, in questo momento, nel quale tutti siamo chiamati a duri sacrifici, ci debba essere qualcuno così smaccatamente esentato. Forse perché il maggior contribuente sarebbe, guarda un po’, il Presidente del Consiglio con le sue innumerevoli ville? L’imposizione patrimoniale, poi, verrebbe fatta diminuire gradatamente fino ad essere annullata quando il sistema fiscale italiano diventerà uguale a quello di tutti gli altri paesi sviluppati, essendo il pagamento delle tasse null’altro che il corrispettivo del patto di cittadinanza al quale tutti i cittadini dovrebbero essere chiamati a far fronte.

Paolo Serra pubblicato sull’Unità del 21 luglio 2010

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